Visualizzazioni totali

martedì 13 maggio 2014

Cantos de Huexotzingo (Messico). Primo capitolo

Capitolo  Primo

Benevento

I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving, hysterical, naked (Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, isteriche, nude). *

Nel corso degli anni sessanta Benevento era una cittadina piuttosto carina e tranquilla, ordinata e pulita, ma con una mentalità molto provinciale che la rendeva monotona, tediosa e nel contempo alquanto snob.
C’erano pochissimi fermenti culturali,  forse anche per colpa della vicinissima metropoli che costituiva il punto di riferimento per ogni cosa, e prevaleva una notevole ignoranza generalizzata.

Un Professore della Facoltà di Scienze Politiche di Napoli, definì Benevento la città che langue; quella definizione sintetizzava egregiamente lo spirito di questa città, (adesso però non mi sembra più appropriata), perché la vita a Benevento, paradossalmente, fluiva in maniera  statica: tutto si svolgeva ogni giorno allo stesso modo, senza nessuna variante di rilievo, senza generare alcuno stimolo, secondo un copione sempre e tragicamente uguale.
A Benevento si viveva la noia, quella noia tanto eloquentemente descritta ne La Nausea di J. Paul Sartre, per intenderci;  non a caso a quell’epoca la mortalità per suicidi era piuttosto elevata tra la gioventù.

Agli inizi di quegli anni a Salerno, la città nella quale si stabilì temporaneamente la mia famiglia, dal 1960 al 1965, io passavo precocemente dalla età puberale alla mia giovinezza; quando tornammo da Salerno avevo solo 14 anni: l’età in cui ci si sente immortali ed il mondo sembra essere stato creato esclusivamente per noi.
In quel periodo stupendo della mia esistenza, al contrario della maggioranza dei mie coetanei, ero fortemente attratto e condizionato dalle espressioni di magnificenza dei miei simili trasposte nella letteratura, nelle scienze, nell’arte e nella conoscenza generica; frequentavo prevalentemente due amici condizionati come me con i quali ci confrontavamo costantemente  elucubrando su quegli argomenti ed ampliando le nostre reciproche conoscenze.
In quel tempo non esisteva internet, la televisione aveva solo due canali che trasmettevano per un tempo limitato e la diffusione delle notizie e della cultura era alquanto lenta.
Con Enrico e Delio passavo gran parte del mio tempo oltre che a disquisire, ad ascoltare musica classica, etnica, strumentale, ad imparare a suonare la chitarra, ma non mi bastava ed impiegavo il resto del tempo leggendo testi di ogni genere tra cui anche testi di psicoanalisi, filosofia mistica orientale ed astrofisica divulgativa.

Nel frattempo si affermavano anche in Europa due forme di pensiero simili ma contrapposte nella loro forma sostanziale, che erano il comunismo marxista/leninista maoista ed il movimento della Beat Generation.
Quest’ultimo con quelle che si potrebbero definire sue varianti tendenzialmente più intellettuali, ispirate prevalentemente ad una disperata ed impotente denuncia contro il materialismo: gli Hippy ed i Figli dei Fiori i cui echi,  lontani, arrivavano anche in Italia imponendo la loro forma di contestazione totale, sia nel pensiero che negli stili di vita.
La Beat Generation, influenzata dall’esistenzialismo, aveva avuto origine già dalla fine della prima guerra mondiale in alcuni settori ristretti della società americana e rifletteva l’esigenza di liberarsi dalle regole dei padri, dalle tradizioni moralistiche e riduttive; ma nelle sue esternazioni estreme e fanatiche era caratterizzato da atteggiamenti ostinatamente anticonformisti, ribelli ed asociali.
Alla fine della seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta, si manifesta più decisamente nelle città della costa orientale americana di San Francisco e Los Angeles, poi in alcuni quartieri di New York, nell’università di Berkeley, in California, assumendo le nuove varianti che ho citato.
Gli hippy ed i figli dei fiori erano animati da una filosofia anarchico/metafisica, dal diritto alla libertà di essere dell'individuo ed erano condizionati dalle filosofie mistiche orientali come lo Zen ed il Buddismo.
Essi introdussero nella cultura occidentale l'uso delle droghe allucinogene: LSD, hashish e marijuana, perché ritenevano che l'uso di quelle sostanze alterando la percezione avvicini l'uomo all'esperienza del trascendente e lo liberi dai legami con lo squallore ed i malcostumi del vivere.

La produzione artistica e letteraria di quegli anni si rifletteva nella società con le Opere di un gruppo di giovani autori e poeti che trovava spazio con un nuovo genere di libri ispirati agli hippy, tra i quali i più noti erano William Burroughs, Jack Kerouac ed  Allen Ginsberg.
Quest’ultimo era ed è considerato il portavoce della beat generation degli anni Cinquanta perché usò nei suoi versi toni semplici, confidenziali ed immediati attraverso i quali evocava le religioni orientali e faceva riferimento esplicito ad argomenti sessuali, il ché ne fecero, per quegli anni, una figura estremamente trasgressiva.

Le mie brame culturali di cui accennavo erano sollecitate dai nuovi interessi introdotti  dalla filosofia del movimento hippy;  così per tastare nuove frontiere del pensiero e capire più intimamente quello che professavano cominciai a fare ricerche sulle religioni orientali, ma anche su quelle occidentali, per valutarne le eventuali differenze o divergenze di fondo.
Queste ricerche avrebbero influenzato il resto della mia vita perché mi educavano a distogliere l’attenzione dagli aspetti superficiali e vacui dell’esistenza, ma per la loro stessa natura mi avrebbero anche relegato in una parziale solitudine, non trovando l’humus giusto nell’ambiente ristretto e culturalmente limitato nel quale vivevo.
Delio ed Enrico, sebbene di cultura superiore, non avevano un particolare trasporto verso questo genere di conoscenza e non erano attratti come me dal movimento hippy, pur riconoscendone la poderosa apertura mentale che lo caratterizzava;  d’altronde io non conoscevo nessun altro col quale confrontarmi su questi argomenti che per me erano diventati prioritari, così ero solo in quella  indagine alla quale mi dedicavo anche durante lunghe notti insonni.
In ogni modo il mio interesse mi soddisfaceva ed era diventato per me un appuntamento fisso quello che avevo con i grandi del pensiero umano i quali, constatavo con profonda meraviglia, al pari degli hippy ed ora anche come me, erano giunti ad essere d’accordo con i principi Vedici sui quali mi aveva spinto a ricercare quello che per me era il nuovo movimento.

Intraprendemmo il viaggio che avrebbe modificato definitivamente il corso della mia esistenza, solo il mese prima di quel fatidico luglio del 1968, quando partimmo per cercare una casa al mare per le vacanze estive.
Mio padre aveva deciso di cercarla a Mondragone e nel caso non avessimo trovato nulla, aveva previsto di proseguire per Scauri, piccolo Comune sul mare in provincia di Latina e poi, eventualmente,  per Formia e Gaeta. 
Io avrei preferito iniziare la ricerca da Formia in su perché le località precedenti erano meta abituale del popolino di Napoli  Benevento e Caserta, ma mio padre aveva già deciso cosicché, quando stavamo ormai per uscire da Scauri ed immetterci sulla Statale per Formia, tirai un sospiro di sollievo.
Ormai mancavano poche centinaia di metri per raggiungere la Statale e le probabilità che trovassimo una casa in quel luogo mi sembravano piuttosto remote.

Mentre già sognavo le spiagge più eleganti e selettive di Formia e Gaeta, rese tali anche per l’affluenza degli americani della NATO e della  US NAVY, (1)  una signora ci costrinse a fermare mettendosi davanti all’auto e sbarrandoci letteralmente il passo.
Sulle prime tanto i genitori che io non ci eravamo resi conto del motivo che aveva spinto la signora a bloccarci in maniera tanto decisa, ma dai suoi gesti, più che dalle sue parole, che non riuscivamo a comprendere per il momento di concitazione che aveva provocato la sua azione insolita, capimmo che ci voleva dare in affitto una casa per l’estate.
La signora indicava una palazzina di tre piani, carina, immersa in una piccola e raggiante pineta, con un certo spazio per parcheggiare ed un po’ di vista mare;   il posto non era brutto, c’erano aree semi attrezzate, c’era sufficiente verde, c’erano anche abbastanza alberi ed il tutto era  ben distribuito, in modo alquanto razionale.  
Le case non erano lussuose, ma non erano nemmeno di edilizia popolare ed erano dislocate ad una certa distanza le une dalle altre, tanto da dare al luogo l’aspetto di una zona residenziale.
Da queste velocissime osservazioni e dallo sguardo interessato dei miei genitori, capii che in quella palazzina avremmo trascorso il nostro mese di vacanza al mare.
La mia delusione, che mi guardavo bene dal nascondere, era visibile ad occhio nudo, tanto che ebbi la netta sensazione che la signora l’avesse captata in pieno e per questo mi sembrò un po’ preoccupata.   
Sono sicuro però, che l’ottimo prezzo che i miei riuscirono a concordare per il mese di affitto, fu dovuto anche al senso della psicologia della signora, la quale tenne conto dell’influenza negativa che avrei potuto esercitare su di loro.
Solo mezz’ora dopo si firmava il contratto con l’impegno da parte dei proprietari di consentirci di occupare l’appartamento dall’ultima settimana di giugno;  dopo facemmo un giro esplorativo e finalmente partimmo alla volta di Formia e Gaeta, ma solo per prolungare la gita, perché il dato ormai era tratto ed a nulla servirono i miei tentativi di far notare le differenze con i luoghi che avevamo appena visitato.   Ci fermammo a pranzo e poi partimmo per tornare a casa.

Durante il viaggio di ritorno facevo programmi per la mia permanenza a Benevento perché, pur di non andare in quel luogo, ero fermamente deciso a rinunciare al mare che pure mi attirava irresistibilmente.
Non riuscivo ad accettare l’idea di passare un mese della mia esistenza in una spiaggia iperaffollata, circondato da famiglie urlanti, invadenti e da persone, in generale, vuote ignoranti e di basso profilo, così immaginavo che fosse l’estate di  Scauri.
Durante il giro esplorativo avevo però notato che il piccolo golfo nel quale il Paese era situato, era dotato di due magnifiche colline semigranitiche, che ne delimitavano le estremità ma che distavano alcuni chilometri l’una dall’altra;   la spiaggia che le univa era molto bella, larga,  di sabbia fine e dorata.
Appresi in seguito, che le colline avevano un nome, si chiamavano Monte d’Oro quella a sud del golfo, e Monte d’Argento quella a nord; al piede di quest’ultima, all’inizio del golfo, si sviluppava la parte di Scauri sul mare.
Avevo notato che il monte d’argento era brullo ma aveva un po’ di macchia mediterranea e non essendo deturpato da strade o costruzioni dava una sensazione di selvaggio e di inesplorato che esercitava un certo fascino;  questa sensazione era accentuata dal fatto che si elevava a picco sul mare per una sessantina di metri e nascondeva la costa disabitata ad esso retrostante.
Con l’auto si arrivava su di un piccolo altopiano irregolare dal quale si vedevano i due versanti, così scoprii che al di la del monte c’era  solo una piccola ma stupenda baia con una  splendida spiaggia simile a quella che ho descritto prima ma intervallata da tratti ghiaiosi, lunga circa trecento metri e delimitata da un’altra collina, assomigliante al Monte d’Argento, oltre la quale si delineavano scogliere inaccessibili.
Questo,  lo scoprii in seguito, era il posto più ricercato di tutta la zona, perché vi era stato costruito un bellissimo bar/discoteca in legno, su palafitte, che si chiamava Mary Rok, ideale per coppie in amore in cerca di isolamento.
Nel versante di Scauri,  il monte d’argento presentava degli anfratti e delle rientranze con piccole spiagge di ciottoli; c’era anche una grotta molto bella, nella parte del monte che dava verso il mare aperto, della cui esistenza seppi in seguito, che si chiamava Grotta Azzurra.
Il tratto di mare che circondava la collina, di un incomparabile colore tra l’azzurro ed il  turchese, era piuttosto profondo ed era delimitato da una penisola artificiale costruita con grossi blocchi di roccia, la quale si inoltrava nel mare aperto per circa  trecento metri, formando una piccola ansa dove si riparavano dalle mareggiate i navigli da diporto;  la penisola assolveva anche alla funzione di sbarrare l’accesso al tratto di mare che circondava la collina, perché pericoloso per la balneazione.
Dalle acque limpide e terse di questo tratto di mare, si innalzavano dei grossi scogli e spuntoni di roccia sparsi un  po’ dovunque, i quali davano a quel piccolo golfo l’aspetto di una insenatura selvaggia e lo rendevano  estremamente invitante per un bravo nuotatore o per un sub. 
Non era possibile arrivare in quei luoghi, se non per via mare, per la ripidezza delle pareti, ma  non per me, io potevo andarci come volevo: a nuoto, in barca o arrampicandomi. 
Pensai, dunque, che nel caso avessi deciso di trascorrere qualche giorno al mare con la famiglia, avrei avuto il mio posto dove isolarmi e godermi quel tratto di mare senza eccessive presenze disturbatrici.

Il ritorno a Benevento  mi proiettò di nuovo ed inesorabilmente nella mia realtà quotidiana, una realtà che mi annoiava in modo indefinibile.
Per sconfiggere quel senso della noia facevo di tutto, anche cose non proprio edificanti, insieme con i miei amici comuni di tutti i giorni: quelli con i quali si inventavano le avventure per contrastare la monotonia.
Io però ero quello, tra di loro, che più di tutti soffriva di questo status,  così   dopo un po’ mi annoiavano anche gli amici e le avventure per la loro superficialità e vacuità.  
In ogni modo la mia tendenza era prevalentemente verso la comitiva di Enrico e Delio, che costituivano il riferimento più importante; il rapporto con Enrico era più intimo che con gli altri,  perché ci univa la nonna Rufina, la seconda moglie di mio nonno, ma soprattutto per la maggiore affinità intellettualeSolo con la loro compagnia riuscivo ad estraniarmi dall’ambiente,  ad astrarre.
Programmavo dunque di trascorrere  parte della mia estate con Enrico e Jole, sua sorella maggiore, ed evitavo di pensare a come avrei trascorso le ultime settimane di luglio, quando loro sarebbero andati via.

Dopo qualche giorno cominciai a pensare che Scauri avrebbe potuto anche significare un diversivo, una distrazione:  certamente c’era il rifugio del monte d’argento, che già  consideravo mio ancora prima di esplorarlo;   ma come avrei trascorso il tempo in cui non sarei stato a godermi il monte ed il mare?
Come ho già accennato, in quel periodo della mia esistenza amavo molto leggere, oltre che nuotare, mi prefiguravo dunque, che avrei trascorso il day light tra il nuoto e la lettura, ma rivolgendo il pensiero all’“ora che volge al desio” e soprattutto a quelle successive, mi tornava un senso di angoscia che accentuava il mio timore di andare ad annoiarmi per un intero mese al mare; tuttavia questa restava un’ipotesi da verificare, perché il paesino avrebbe anche potuto cambiare il suo volto con l’avvento dei vacanzieri,  magari avrebbe anche potuto esserci tra loro qualche ragazza che valeva la pena.
    
Gli ultimi 10 giorni a Benevento, prima della mia partenza per Scuri,  trascorsero velocemente, in parte con Enrico ed in parte insieme con Enzo, mentre gli ultimi tre li vissi in stretta solitudine.
Enzo era  uno degli amici che frequentavo; possedeva una Mini Minor nella quale era montato un mangiadischi per ascoltare dischi di vinile a 45 giri, il che, in quel tempo, costituiva un  privilegio di pochi.
Enzo ed io non perdevamo opportunità per scorazzare in quella scatola di sardine con le nostre rispettive fidanzate e quello era uno dei diversivi che mi facevano momentaneamente dimenticare la insostenibile noia, … solo momentaneamente.
L’altro erano i viaggi a Napoli con gli elettrotreni della  Valle Caudina: la Ferrovia privata Benevento/Cancello.  
Di tanto in tanto ci andavamo con la macchina; in quel caso lo facevamo in tre, il terzo compagno era Paolo: bisognava dividersi le spese naturalmente, perché a quell’epoca la benzina costava intorno alle 400 o 500 lire il litro (25 centesimi di euro), ma la proporzione con il costo della vita era del tutto simile a quella di oggi.
Andavamo a Napoli per respirare l’aria della metropoli, già allora inquinatissima, per vedere facce nuove, gente diversa, per girovagare in cerca dei posti belli della città, ma soprattutto per stare vicini al mare.

Emilia, così si chiamava la mia prima fidanzata, era una bella ragazza di 22 anni (io ne avevo quasi 17), verso la quale non sentivo trasporto, ma con la quale ero fermamente intenzionato a fare le mie prime esperienze sessuali; d’altra parte, pensavo, che se lei stava con me nonostante la differenza d’età, non poteva che essere perché la mia età biologica e psichica non coincideva con quella anagrafica.
Un giorno, incitato da Enzo, che era molto più espansivo di me in materia di sesso, mi decisi a mettere una mano fra le gambe di Emilia, con l’intenzione di andare fino in fondo, ma mi accorsi che indossava un body attillato che le arrivava a metà coscia e che costituiva un ostacolo per ulteriori avance.
Mi innervosii molto perché interpretai questo evento come una manifestazione ipocrita mirata a comunicarmi il suo dissenso ai miei approcci e le espressi senza mezzi termini quello che pensavo in proposito.  Poi aggiunsi che ci saremmo rivisti il giorno dopo e che mi aspettavo che venisse vestita in maniera più idonea.
Il giorno dopo Emilia venne all’appuntamento vestita allo stesso modo e questa volta le dissi che avrei cercato il sesso altrove, dal momento che lei si ostinava nel rifiutarsi.
Mi dedicai, quindi, a Lia, la mia seconda fidanzata, con la quale però c’era un rapporto più platonico; Lia abitava di fronte alla mia casa ed era molto facile incontrarla.
Anche lei era una bella ragazza, poco più anziana di me; era più slanciata di Emilia, ma era meno matura, comunque totalmente diversa da lei.
Era l’ultima settimana di giugno ed i miei erano partiti per Scauri, io avevo deciso di raggiungerli all’inizio del mese successivo, anche per approfittare della casa a disposizione ed invitare  Lia; infatti, un giorno eravamo soli e tentai di baciarla dopo un lungo preludio verbale, ma quando lo feci lei si ritrasse per pudore, così glielo chiesi senza ulteriori perifrasi, ma lei si rifiutò intimidita.
C’erano altre motivazioni che la rendevano timida e che trattenevano anche me dall’insistere: Lia era figlia di amici di famiglia e questo presupponeva una procedura a passi brevi,  più che brevi, presupponeva tacitamente che la nostra unione, la quale, tra l’altro, era appena iniziata,  si mantenesse pura, illibata,  per un periodo congruo, mai meglio definito. Eppure i suoi genitori la avrebbero senza dubbio favorita, anche i miei non avrebbero posto veti, ma io mi trovavo nella fase in cui non mi interessava altro che sperimentare la sessualità.
Non volli insistere con nessuna delle due, pur sapendo che se lo avessi fatto avrei ottenuto quello che volevo, ma non amavo queste due ragazze e fare sesso con loro, per un motivo o per l’altro, mi dava l’impressione di profanarle, di approfittare delle loro persone, così rinunciai e trascorsi gli ultimi giorni, ossia i primi tre giorni di luglio  del 1968 a Benevento, meditando in solitudine con le mie letture perché, come ho detto, i mie erano già partiti per Scauri da circa una settimana.

Meditavo soprattutto sugli effetti devastanti che aveva provocato alla mia personalità un episodio accaduto durante la mia infanzia, che mi fece assumere la profonda convinzione che le donne fossero esseri inferiori il cui unico scopo, su questo pianeta, fosse solo quello di assicurare la continuità della Specie. Così giurai a me stesso che con esse non avrei mai avuto rapporti di altro tipo se non quelli inerenti ai piaceri della sessualità, sebbene allora non potevo ancora sapere cosa significasse esattamente.
Avevo circa sei anni quando si verificò quell’evento traumatico la cui protagonista fu una ragazzina della mia stessa età con la quale cercai di fare amicizia e che riporto testualmente da uno dei miei scritti:  
Durante una delle mie esplorazioni cittadine subii la prima delusione amorosa inflittami da una ragazzina che mi piaceva moltissimo con i suoi occhioni grandi ed i caratteri più creoli che europei, e che avevo incontrato qualche volta alle lezioni di catechismo;  mi piaceva tanto che un giorno decisi che le avrei chiesto di diventare amici. 
   L’occasione si presentò passeggiando per il Corso principale della città.  Improvvisamente  la vidi sopraggiungere tra la folla dalla direzione opposta alla mia e quando ci incrociammo le chiesi se potevo conoscerla.  Per tutta risposta cominciò ad urlare in preda ad una vera e propria crisi isterica; era la prima volta che mi capitava di vedere una cosa del genere e sulle prime rimasi interdetto.
   In ogni modo la manifestazione era davvero forte, tanto che i passanti si voltavano preoccupati per osservare ed io mi sentii profondamente offeso ed umiliato.
   Dopo il primo attimo di smarrimento le lanciai uno sguardo di disprezzo, poi senza dire una sola parola le voltai le spalle ed andai via accompagnato da un forte senso di rabbia e di disgusto” .

Meditavo su questo episodio perché in quel momento era importante per me scoprire come mai, adesso che ne avrei avuto l’opportunità, avevo rinunciato ad attuare il proposito che mi prefissi allora.
In quei tre ultimi giorni antecedenti la partenza per Scauri risolsi l’arcano avventurandomi nei meandri della mia psiche e probabilmente feci un altro passo in avanti nella mia evoluzione perché mi resi conto che non mi era consentito di giocare con l’altro sesso; mi resi conto che non avevo il diritto di considerare le donne esseri inferiori solo per l’atteggiamento isterico di una ragazzina probabilmente viziata o forse vittima delle proiezioni psicotiche ed aberranti dei suoi genitori.
Come già mi era accaduto in altre circostanze della mia esistenza e come mi sarebbe ancora accaduto in futuro, l’acquisizione di una verità produsse nella mia mente la funzione di un resettaggio: rimuovendo le scorie di una convinzione errata, mi sentivo più leggero, più maturo, più sicuro di me stesso ed anche più libero; mi sembrava che solo per questo avrei conseguito maggiore diritto ad essere accreditato dalla comunità.
In quei giorni, mi fu molto vicino mia zia Clive, la quale provava un particolare feeling nei mie riguardi, anche perché le ricordavo il suo figlioletto morto per malattia nella sua prima infanzia.
La zia, sapendomi solo ed intuendo che mi trovavo in una particolare condizione psicologica, pensava che stessi male e mi  obbligava ad andare a pranzo a casa sua per riempirmi di premure; comunque, così facendo, mi faceva fare dei bruschi, quantunque non sgradevoli, ritorni alla realtà: mi faceva  ricordare che esistevo distogliendomi dalla mia solitudine e dai pensieri; anche zio Enzo, suo marito, il fratello maggiore di mio padre, si prodigava per non farmi sentire solo, tuttavia restava più efficace la funzione materna di zia Clive.
Quello che provavo durante questa discesa nella mia psiche è paragonabile, anche se molto in piccolo, ad un altro momento simile che avevo già descritto in passato e che si riferiva ad una visione stravolgente che avevo avuto più o meno nello stesso periodo in cui fui maltrattato dalla ragazzina.
Così, testualmente, avevo sintetizzato quell’esperienza in altri scritti:

Di tanto in tanto preferivo restare da solo ed andare ad esplorare la città oppure contemplare la natura così ricca, in quel luogo ed in quel tempo.

   Un giorno, era d’autunno, vissi un’esperienza straordinaria che avrebbe indirizzato in modo specifico la mia esistenza.
    Le strade della campagna erano sommerse da foglie di colore giallo ed arancione sulle quali mi sembrava di camminare come su di un soffice tappeto. Vivevo una sensazione di totale ma edificante solitudine; ricordo con grande vivacità lo scricchiolio delle foglie sulle quali camminavo ed il cinguettio degli uccelli, numerosissimi, che faceva da sfondo in un cielo luminoso e profondo.
   Per un attimo mi sembrò che tutto quanto stava intorno a me, solo per quel momento, esisteva in funzione di me; sentivo la pace e ritenevo la forza del silenzio, quel silenzio arricchito solo dalla benevole ed affascinante voce della natura.

   Ero in qualche modo isolato da tutto ciò che mi circondava; il tempo e lo spazio, insieme agli eventi che si susseguivano in un eterno presente, mi sembrava di vederli scorrere come su di una pellicola da un punto di osservazione determinato.
   Mi sembrò di avere percepito improvvisamente la coscienza del  ruolo della mia esistenza, fui permeato da un profondo senso di gioia e di beatitudine ed avvertii inequivocabilmente l’essenza e la presenza di un “Regista”.
   Mi sembrò che tutto mi dicesse di stare tranquillo perché la mia vita era già programmata ed anche se avessi dovuto affrontare grandi sofferenze, mi sarebbe stata concessa la forza per superarle.
  Seppi che non sarei mai diventato ricco, anche se non capivo ancora bene cosa significasse, ma che non avrei dovuto sopportare situazioni di indigenza.
   Conseguii la certezza che intorno ai cinquant’anni la mia vita avrebbe subito una svolta in due sensi: negativo e positivo, pensai per un attimo che a quell’età sarei dovuto morire, ma questo pensiero si dissolse repentinamente.
Infine mi sentii obbligato a scegliere l’indirizzo che dovevo dare alla mia esistenza: sapevo al di la di ogni dubbio che la scelta che mi apprestavo a fare  in quel momento avrebbe condizionato il mio futuro verso il bene o verso il male e che questo dipendeva solo da me.
   Non ero in grado di dare una spiegazione a quello che mi stava accadendo, ma d’improvviso  percepii una maggiore consapevolezza.

 Dopo questa esperienza, rimasi per tre giorni come frastornato, in uno stato di quiescenza, ma gradualmente acquisivo anche un più  acuto senso di osservazione, di attenta considerazione degli eventi della  vita e della  psicologia dei miei simili.
I mie genitori erano preoccupati della mia condizione e mi chiedevano insistentemente cosa mi fosse accaduto, così fui costretto a renderli partecipi.
 
   Quando mi ripresi mi accorsi che quei tre giorni erano equivalsi ad alcuni anni; quel periodo di quiescenza era stato indispensabile per elaborare e  metabolizzare la visione.
Al mio “risveglio” mi ritrovai con la consapevolezza di aver colto, tra l’altro, la relatività del tempo e dello spazio nonché  la loro interconnessione assoluta, senza  evidentemente averne alcuna cognizione teorica.  
   Il tempo, infatti, per me aveva perso il suo significato e lo spazio,  che per un verso si era ristretto fino all’inverosimile,  per un altro aveva perso i suoi confini. 
   Mi sentii  profondamente  sconcertato perché d’improvviso nella mia mente si erano disgregati alcuni degli archetipi secondari dell’esistenza;  eppure contemporaneamente mi ero sentito abbandonato in un grande senso di serenità e in un totale appagamento .

  In quel breve lasso di tempo la mia vita si era condensata, avevo abbandonato, senza la naturale gradualità, una fase fondamentale della mia esistenza e mi apprestavo ad entrare in quella successiva eliminando consapevolmente una grande quantità di passaggi intermedi.
   Alcuni aspetti che avevano caratterizzato la mia vita fino ad allora, non catturavano più il mio interesse ed erano sostituiti da altri che appartenevano ad una età superiore alla mia.

   D’improvviso cambiò il mio rapporto con gli amici;  i giochi divennero più maturi, più evoluti e fui colto da un preponderante interesse per la lettura, ma non avendo ancora imparato, mi facevo leggere da chiunque, qualunque cosa” .

Note:
*Da internet:  Howl:  l'Urlo di Allen Ginsberg.
Una poesia che ebbe la più grossa ripercussione ed influenza di qualsiasi altra nella letteratura e cultura americana.
Considerato come uno dei più autorevoli fondatori della Beat Generation, Ginsberg approfondì la sua rivolta interiore in Howl, che insieme a Kaddish ha segnato una svolta nella poesia contemporanea, è un viaggio nella profondità della mente del poeta e nella visione dei sotterranei in cui vivono gli emarginati della società. E' l'urlo del nuovo profeta americano che raccoglie e proietta nel futuro la voce e i pensieri di coloro che hanno denunciato la caduta dell'uomo, la perdita del contatto con Dio e con gli altri uomini e la chiusura in una razionalità alienante e distruttiva.
Howl è fatto di versi nuovi, il ritmo del respiro è preso come unità di pensiero ed espressione, la cadenza è biblica, come per Whitman, le visioni ricordano Blake, Rimbaud e i surrealisti.
Il poema è diviso in tre parti:
Parte Prima, lamento per l'Agnello d'America con esempi di notevoli giovani agnelli;
Parte Seconda, descrizione del mostro della coscienza mentale che depreda l'Agnello;
Parte Terza piramidale, con una risposta gradatamente più lunga alla base fissa.
I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked (Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate isteriche nude). Così comincia la prima e la più lunga parte della poesia che regge tutti i versi successivi introdotti da who (= che), cioè che, come una performance jazz in cui si ritorna sempre sulla stessa nota, ma per poi prendere una strada improvvisata sempre differente. Sono tutte frasi parallele e paratattiche che incalzano, come se non volessero finire mai, per rappresentare l’insieme delle esperienze vissute.
Si comincia con esprimere il desiderio di rievocare fatti passati e si procede con l'allitterazione di minds, my e madness che mette in stretta relazione le menti migliori con la pazzia che è vista come prevaricazione totale dell'inconscio sulla coscienza, ma che è anche divenuta necessaria per uscire dall'anonimato, dalla perdita di identità della società di massa. Affamate nude isteriche, sintetizza invece le forme di questa pazzia, prodotta dalla droga, dalla fame e dalla povertà.
Quindi si passa ad esplorare gli ambienti suburbani delle grandi metropoli, New York, e i loro personaggi più caratteristici per poi allargarsi fino a diventare viaggio in luoghi lontani al di fuori della cultura americana.
Come in On the Road, il viaggio coincide con l'ascesi, la conoscenza interiore, secondo le norme del Buddismo Zen. La sessualità, sia etero che omosessuale è presa come simbolo di una espressione fisica libera riconquistata che si manifesta appunto nel rapporto-contatto umano. L'amore quindi è quella umanità che deve essere opposta al freddo razionalismo e materialismo del mondo moderno; Neal Cassady è il simbolo anche per Ginsberg, come per Kerouac, del massimo della potenza sessuale e vitale.
La prima parte si conclude con l'affermazione del potere salvifico della poesia e del poeta con la loro forza propulsiva e attiva nella realtà.
Nella parte successiva Moloch, dio del capitalismo, viene evocato ed esorcizzato mentre nell'ultima si afferma la solidarietà tra gli uomini che precede la santificazione dei Beats delle Note a Howl. 
Howl fu sequestrato per oscenità, ma alla fine grazie all'intervento di molti autorevoli letterati si riuscì a far comprendere che l’uso di termini volgari non ha nulla a che vedere con la pornografia. Howl è un'opera importante nella poesia americana, che trae spirito e forma dalle Leaves of Grass di Walt Whitman, dagli scritti religiosi ebraici [] E' rapsodica, altamente idealistica e ispirata nella motivazione e nei propositi.
Come altri poeti ispirati, Ginsberg lotta per includervi tutto della vita, soprattutto gli elementi della sofferenza e dello sgomento dai quali si leva la voce del desiderio.
Solo la mancata comprensione di queste tormentate grida di protesta in favore di una comprensione sessuale e spirituale può portarle a considerarle lascive.
Il poeta ci fornisce i dettagli più dolorosi; ci porta a ratificare un'esperienza che è provocatoria e in definitiva nobile, così scrisse Robert Duncan al giudice Horn quando si trattò di emettere le sentenza e come lui fecero Kenneth Rexroth, Kenneth Patchen e altri ancora. Horn espresse il proprio parere e il proprio consenso dicendo (e diventando famoso): Non ritengo che Howl non abbia la minima importanza sociale che lo riscatti.
La prima parte di Howl presenta l'immagine di un mondo da incubo;
la seconda parte è un atto di accusa nei confronti di quegli elementi della società che distruggono le qualità migliori della natura umana.
La terza parte presenta l'immagine di un individuo che è la tipica rappresentazione di ciò che l'autore vede come una condizione generale.
Le Note a Howl sembrano declamare che ogni cosa al mondo è sacra, compresa ogni singola parte del corpo. Si conclude con una supplica per una vita sacra.

1)    Marina militare americana di stanza a Bagnoli.




















*        
… Saverio è stupito, sbalordito, sta ripercorrendo la sua storia: tutto ciò che ha letto in questo capitolo è accaduto esattamente allo stesso modo anche a lui, sebbene i suoi ricordi fossero più sbiaditi.
Lui stesso avrebbe descritto così quegli eventi relegati ormai in angolo della sua memoria e che questa lettura gli ha fatto riaffiorare con estrema lucidità.
Lisa è perplessa, non le sembra possibile che non vi siano almeno piccole varianti. Ma per adesso appare tutto identico.
La stanchezza è svanita perché la curiosità di scoprire se anche il seguito combacia, se anche nella storia di quest’altro Saverio c’è una Lisa, è troppo forte e i due continuano la lettura.
Con estremo interesse, misto ad una certa tensione aprono la prima pagina del secondo capitolo e Lisa ha un sobbalzo quando scopre che inizia proprio col suo nome.