Capitolo Primo
Benevento
I saw the best minds
of my generation destroyed by madness, starving, hysterical, naked (Ho visto le migliori
menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, isteriche, nude).
*
Nel
corso degli anni sessanta Benevento era una cittadina piuttosto carina e
tranquilla, ordinata e pulita, ma con una mentalità molto provinciale che la
rendeva monotona, tediosa e nel contempo alquanto snob.
C’erano
pochissimi fermenti culturali, forse
anche per colpa della vicinissima metropoli che costituiva il punto di
riferimento per ogni cosa, e prevaleva una notevole ignoranza generalizzata.
Un Professore della Facoltà
di Scienze Politiche di Napoli, definì Benevento la città che langue; quella
definizione sintetizzava egregiamente lo spirito di questa città, (adesso però non mi sembra più appropriata), perché la vita a Benevento, paradossalmente, fluiva in
maniera statica: tutto si svolgeva ogni giorno
allo stesso modo, senza nessuna variante di rilievo, senza generare alcuno
stimolo, secondo un copione sempre e tragicamente uguale.
A Benevento si viveva la noia, quella noia tanto
eloquentemente descritta ne La Nausea
di J. Paul Sartre, per intenderci; non a
caso a quell’epoca la mortalità per suicidi era piuttosto elevata tra la
gioventù.
Agli inizi di quegli anni a
Salerno, la città nella quale si stabilì temporaneamente la mia famiglia, dal
1960 al 1965, io passavo precocemente
dalla età puberale alla mia giovinezza; quando tornammo da Salerno avevo solo 14 anni: l’età
in cui ci si sente immortali ed il mondo sembra essere stato creato
esclusivamente per noi.
In quel periodo stupendo della mia esistenza, al
contrario della maggioranza dei mie coetanei, ero fortemente attratto e
condizionato dalle espressioni di magnificenza dei miei simili trasposte nella
letteratura, nelle scienze, nell’arte e nella conoscenza generica; frequentavo
prevalentemente due amici condizionati come me con i quali ci confrontavamo
costantemente elucubrando su quegli argomenti ed ampliando le nostre
reciproche conoscenze.
In quel tempo non esisteva internet, la televisione
aveva solo due canali che trasmettevano per un tempo limitato e la diffusione
delle notizie e della cultura era alquanto lenta.
Con Enrico e Delio passavo gran parte del mio
tempo oltre che a disquisire, ad ascoltare musica classica, etnica,
strumentale, ad imparare a suonare la chitarra, ma non mi bastava ed impiegavo
il resto del tempo leggendo testi di ogni genere tra cui anche testi di psicoanalisi,
filosofia mistica orientale ed astrofisica divulgativa.
Nel frattempo si affermavano
anche in Europa due forme di pensiero simili ma contrapposte nella loro forma
sostanziale, che erano il comunismo marxista/leninista maoista ed il movimento
della Beat Generation.
Quest’ultimo con quelle che si
potrebbero definire sue varianti
tendenzialmente più intellettuali, ispirate
prevalentemente ad una disperata ed impotente denuncia contro il materialismo:
gli Hippy ed i Figli dei Fiori i cui echi,
lontani, arrivavano anche in Italia imponendo la loro forma di contestazione totale, sia nel
pensiero che negli stili di vita.
La Beat Generation, influenzata
dall’esistenzialismo, aveva avuto origine già dalla fine della prima guerra
mondiale in alcuni settori ristretti della società americana e rifletteva
l’esigenza di liberarsi dalle regole dei padri, dalle tradizioni moralistiche e
riduttive; ma nelle sue esternazioni estreme e fanatiche era caratterizzato da
atteggiamenti ostinatamente anticonformisti, ribelli ed asociali.
Alla
fine della seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta, si manifesta più
decisamente nelle città della costa orientale americana di San Francisco e Los Angeles, poi in
alcuni quartieri di New York, nell’università di Berkeley, in California,
assumendo le nuove varianti che ho citato.
Gli hippy ed i figli dei fiori erano animati da una filosofia anarchico/metafisica, dal diritto alla libertà di essere dell'individuo ed erano condizionati
dalle filosofie mistiche orientali come
lo Zen ed il Buddismo.
Essi introdussero nella cultura occidentale l'uso delle droghe allucinogene: LSD,
hashish e marijuana, perché ritenevano che l'uso di quelle sostanze alterando
la percezione avvicini l'uomo all'esperienza del trascendente e lo liberi dai
legami con lo squallore ed i malcostumi del vivere.
La produzione artistica e letteraria di quegli anni
si rifletteva nella società con le Opere di un gruppo di giovani autori e poeti
che trovava spazio con un nuovo genere di libri ispirati agli hippy, tra i
quali i più noti erano William Burroughs, Jack Kerouac ed Allen Ginsberg.
Quest’ultimo era ed è considerato il portavoce
della beat generation degli anni Cinquanta perché usò nei suoi versi toni
semplici, confidenziali ed immediati attraverso i quali evocava le religioni
orientali e faceva riferimento esplicito ad argomenti sessuali, il ché ne
fecero, per quegli anni, una figura estremamente trasgressiva.
Le
mie brame culturali di cui accennavo erano sollecitate dai nuovi interessi
introdotti dalla filosofia del movimento
hippy; così per tastare nuove frontiere
del pensiero e capire più intimamente quello che professavano cominciai a fare
ricerche sulle religioni orientali, ma anche su quelle occidentali, per
valutarne le eventuali differenze o divergenze di fondo.
Queste
ricerche avrebbero influenzato il resto della mia vita perché mi educavano a
distogliere l’attenzione dagli aspetti superficiali e vacui dell’esistenza, ma
per la loro stessa natura mi avrebbero anche relegato in una parziale
solitudine, non trovando l’humus giusto nell’ambiente ristretto e culturalmente
limitato nel quale vivevo.
Delio
ed Enrico, sebbene di cultura superiore, non avevano un particolare trasporto
verso questo genere di conoscenza e non erano attratti come me dal movimento hippy,
pur riconoscendone la poderosa apertura mentale che lo caratterizzava; d’altronde io non conoscevo nessun altro col
quale confrontarmi su questi argomenti che per me erano diventati prioritari,
così ero solo in quella indagine alla
quale mi dedicavo anche durante lunghe notti insonni.
In ogni modo il mio interesse
mi soddisfaceva ed era diventato per me un appuntamento fisso quello che avevo
con i grandi del pensiero umano i quali, constatavo con profonda meraviglia, al
pari degli hippy ed ora anche come me, erano giunti ad essere d’accordo con i
principi Vedici sui quali mi aveva spinto a ricercare quello che per me era il
nuovo movimento.
Intraprendemmo il viaggio
che avrebbe modificato definitivamente il corso della mia esistenza, solo il
mese prima di quel fatidico luglio del 1968, quando partimmo per cercare una
casa al mare per le vacanze estive.
Mio padre aveva deciso di
cercarla a Mondragone e nel caso non avessimo trovato nulla, aveva previsto di
proseguire per Scauri, piccolo Comune sul mare in provincia di Latina e poi,
eventualmente, per Formia e Gaeta.
Io avrei preferito iniziare
la ricerca da Formia in su perché le località precedenti erano meta abituale
del popolino di Napoli Benevento e
Caserta, ma mio padre aveva già deciso cosicché, quando stavamo ormai per
uscire da Scauri ed immetterci sulla Statale per Formia, tirai un sospiro di
sollievo.
Ormai mancavano poche
centinaia di metri per raggiungere la Statale e le probabilità che trovassimo
una casa in quel luogo mi sembravano piuttosto remote.
Mentre già sognavo le
spiagge più eleganti e selettive di Formia e Gaeta, rese tali anche per
l’affluenza degli americani della NATO e della US NAVY,
(1) una signora ci costrinse a fermare mettendosi
davanti all’auto e sbarrandoci letteralmente il passo.
Sulle
prime tanto i genitori che io non ci eravamo resi conto del motivo che aveva
spinto la signora a bloccarci in maniera tanto decisa, ma dai suoi gesti, più
che dalle sue parole, che non riuscivamo a comprendere per il momento di
concitazione che aveva provocato la sua azione insolita, capimmo che ci voleva
dare in affitto una casa per l’estate.
La signora indicava una
palazzina di tre piani, carina, immersa in una piccola e raggiante pineta, con
un certo spazio per parcheggiare ed un po’ di vista mare; il posto non era brutto, c’erano aree semi
attrezzate, c’era sufficiente verde, c’erano anche abbastanza alberi ed il
tutto era ben distribuito, in modo
alquanto razionale.
Le case non erano lussuose,
ma non erano nemmeno di edilizia popolare ed erano dislocate ad una certa
distanza le une dalle altre, tanto da dare al luogo l’aspetto di una zona
residenziale.
Da queste velocissime
osservazioni e dallo sguardo interessato dei miei genitori, capii che in quella
palazzina avremmo trascorso il nostro mese di vacanza al mare.
La mia delusione, che mi
guardavo bene dal nascondere, era visibile ad occhio nudo, tanto che ebbi la
netta sensazione che la signora l’avesse captata in pieno e per questo mi
sembrò un po’ preoccupata.
Sono sicuro però, che
l’ottimo prezzo che i miei riuscirono a concordare per il mese di affitto, fu
dovuto anche al senso della psicologia della signora, la quale tenne conto
dell’influenza negativa che avrei potuto esercitare su di loro.
Solo mezz’ora dopo si
firmava il contratto con l’impegno da parte dei proprietari di consentirci di
occupare l’appartamento dall’ultima settimana di giugno; dopo facemmo un giro esplorativo e finalmente
partimmo alla volta di Formia e Gaeta, ma solo per prolungare la gita, perché
il dato ormai era tratto ed a nulla servirono i miei tentativi di far notare le
differenze con i luoghi che avevamo appena visitato. Ci fermammo a pranzo e poi partimmo per
tornare a casa.
Durante il viaggio di
ritorno facevo programmi per la mia permanenza a Benevento perché, pur di non
andare in quel luogo, ero fermamente deciso a rinunciare al mare che pure mi
attirava irresistibilmente.
Non riuscivo ad accettare
l’idea di passare un mese della mia esistenza in una spiaggia iperaffollata,
circondato da famiglie urlanti, invadenti e da persone, in generale, vuote
ignoranti e di basso profilo, così immaginavo che fosse l’estate di Scauri.
Durante il giro esplorativo avevo però notato che il
piccolo golfo nel quale il Paese era situato, era dotato di due magnifiche
colline semigranitiche, che ne delimitavano le estremità ma che distavano
alcuni chilometri l’una dall’altra; la
spiaggia che le univa era molto bella, larga,
di sabbia fine e dorata.
Appresi in seguito, che le colline avevano un nome, si
chiamavano Monte d’Oro quella a sud
del golfo, e Monte d’Argento quella a
nord; al piede di quest’ultima, all’inizio del golfo, si sviluppava la parte di
Scauri sul mare.
Avevo notato che il monte
d’argento era brullo ma aveva un po’ di macchia mediterranea e non essendo
deturpato da strade o costruzioni dava una sensazione di selvaggio e di
inesplorato che esercitava un certo fascino;
questa sensazione era accentuata dal fatto che si elevava a picco sul
mare per una sessantina di metri e nascondeva la costa disabitata ad esso
retrostante.
Con l’auto si arrivava su di
un piccolo altopiano irregolare dal quale si vedevano i due versanti, così
scoprii che al di la del monte c’era solo una piccola ma stupenda baia con
una splendida spiaggia simile a quella
che ho descritto prima ma intervallata da tratti ghiaiosi, lunga circa trecento
metri e delimitata da un’altra collina, assomigliante al Monte d’Argento, oltre
la quale si delineavano scogliere inaccessibili.
Questo, lo scoprii in seguito, era il posto più
ricercato di tutta la zona, perché vi era stato costruito un bellissimo
bar/discoteca in legno, su palafitte, che si chiamava Mary Rok, ideale per coppie in amore in cerca di isolamento.
Nel versante di Scauri, il monte d’argento presentava degli anfratti
e delle rientranze con piccole spiagge di ciottoli; c’era anche una grotta
molto bella, nella parte del monte che dava verso il mare aperto, della cui
esistenza seppi in seguito, che si chiamava Grotta
Azzurra.
Il tratto di mare che
circondava la collina, di un incomparabile colore tra l’azzurro ed il turchese, era piuttosto profondo ed era
delimitato da una penisola artificiale costruita con grossi blocchi di roccia,
la quale si inoltrava nel mare aperto per circa
trecento metri, formando una piccola ansa dove si riparavano dalle
mareggiate i navigli da diporto; la
penisola assolveva anche alla funzione di sbarrare l’accesso al tratto di mare
che circondava la collina, perché pericoloso per la balneazione.
Dalle acque limpide e terse
di questo tratto di mare, si innalzavano dei grossi scogli e spuntoni di roccia
sparsi un po’ dovunque, i quali davano a
quel piccolo golfo l’aspetto di una insenatura selvaggia e lo rendevano estremamente invitante per un bravo nuotatore
o per un sub.
Non era possibile arrivare
in quei luoghi, se non per via mare, per la ripidezza delle pareti, ma non per me, io potevo andarci come volevo: a
nuoto, in barca o arrampicandomi.
Pensai, dunque, che nel caso
avessi deciso di trascorrere qualche giorno al mare con la famiglia, avrei
avuto il mio posto dove isolarmi e godermi quel tratto di mare senza eccessive
presenze disturbatrici.
Il ritorno a Benevento mi proiettò di nuovo ed inesorabilmente nella
mia realtà quotidiana, una realtà che mi annoiava in modo indefinibile.
Per sconfiggere quel senso
della noia facevo di tutto, anche cose non proprio edificanti, insieme con i
miei amici comuni di tutti i giorni: quelli con i quali si inventavano le avventure per
contrastare la monotonia.
Io però ero quello, tra di
loro, che più di tutti soffriva di questo status, così
dopo un po’ mi annoiavano anche gli amici e le avventure per la loro
superficialità e vacuità.
In
ogni modo la mia tendenza era prevalentemente verso la comitiva di Enrico e Delio, che costituivano il riferimento
più importante; il rapporto con Enrico era
più intimo che con gli altri, perché ci
univa la nonna Rufina, la seconda moglie di mio nonno, ma soprattutto per la maggiore
affinità intellettuale. Solo
con la loro compagnia riuscivo ad estraniarmi dall’ambiente, ad astrarre.
Programmavo dunque di trascorrere parte della mia estate con Enrico e
Jole, sua sorella maggiore, ed evitavo di pensare a come
avrei trascorso le ultime settimane di luglio, quando loro sarebbero andati
via.
Dopo qualche giorno
cominciai a pensare che Scauri avrebbe potuto anche significare un diversivo,
una distrazione: certamente c’era il
rifugio del monte d’argento, che già
consideravo mio ancora prima di esplorarlo; ma come avrei trascorso il tempo in cui non
sarei stato a godermi il monte ed il mare?
Come ho già accennato, in
quel periodo della mia esistenza amavo molto leggere, oltre che nuotare, mi
prefiguravo dunque, che avrei trascorso il day light tra il nuoto e la lettura,
ma rivolgendo il pensiero all’“ora che volge al desio” e soprattutto a quelle
successive, mi tornava un senso di angoscia che accentuava il mio timore di
andare ad annoiarmi per un intero mese al mare; tuttavia questa restava un’ipotesi
da verificare, perché il paesino avrebbe anche potuto cambiare il suo volto con
l’avvento dei vacanzieri, magari avrebbe
anche potuto esserci tra loro qualche ragazza che valeva la pena.
Gli ultimi 10 giorni a
Benevento, prima della mia partenza per Scuri,
trascorsero velocemente, in parte con Enrico ed in parte insieme con
Enzo, mentre gli ultimi tre li vissi in stretta solitudine.
Enzo era uno degli amici che frequentavo; possedeva
una Mini Minor nella quale era montato un mangiadischi per ascoltare dischi di
vinile a 45 giri, il che, in quel tempo, costituiva un privilegio di pochi.
Enzo ed io non perdevamo
opportunità per scorazzare in quella scatola di sardine con le nostre
rispettive fidanzate e quello era uno dei diversivi che mi facevano
momentaneamente dimenticare la insostenibile noia, … solo momentaneamente.
L’altro erano i viaggi a
Napoli con gli elettrotreni della Valle Caudina: la Ferrovia privata
Benevento/Cancello.
Di tanto in tanto ci
andavamo con la macchina; in quel caso lo
facevamo in tre, il terzo compagno era Paolo: bisognava dividersi le spese naturalmente,
perché a quell’epoca la benzina costava intorno alle 400 o 500 lire il litro (25 centesimi di euro), ma la proporzione con il costo della vita era del
tutto simile a quella di oggi.
Andavamo a Napoli per
respirare l’aria della metropoli, già allora
inquinatissima, per vedere facce nuove,
gente diversa, per girovagare in cerca dei posti belli della città, ma
soprattutto per stare vicini al mare.
Emilia, così si chiamava la
mia prima fidanzata, era una bella ragazza di 22 anni (io ne avevo quasi 17),
verso la quale non sentivo trasporto, ma con la quale ero fermamente
intenzionato a fare le mie prime esperienze sessuali; d’altra parte, pensavo,
che se lei stava con me nonostante la differenza d’età, non poteva che essere
perché la mia età biologica e psichica non coincideva con quella anagrafica.
Un giorno, incitato da Enzo,
che era molto più espansivo di me in materia di sesso, mi decisi a mettere una
mano fra le gambe di Emilia, con l’intenzione di andare fino in fondo, ma mi accorsi
che indossava un body attillato che le arrivava a metà coscia e che costituiva
un ostacolo per ulteriori avance.
Mi innervosii molto perché
interpretai questo evento come una manifestazione ipocrita mirata a comunicarmi
il suo dissenso ai miei approcci e le espressi senza mezzi termini quello che
pensavo in proposito. Poi aggiunsi che
ci saremmo rivisti il giorno dopo e che mi aspettavo che venisse vestita in
maniera più idonea.
Il giorno dopo Emilia venne
all’appuntamento vestita allo stesso modo e questa volta le dissi che avrei
cercato il sesso altrove, dal momento che lei si ostinava nel rifiutarsi.
Mi dedicai, quindi, a Lia,
la mia seconda fidanzata, con la quale però c’era un rapporto più platonico;
Lia abitava di fronte alla mia casa ed era molto facile incontrarla.
Anche lei era una bella
ragazza, poco più anziana di me; era più slanciata di Emilia, ma era meno
matura, comunque totalmente diversa da lei.
Era l’ultima settimana di
giugno ed i miei erano partiti per Scauri, io avevo deciso di raggiungerli
all’inizio del mese successivo, anche per approfittare della casa a
disposizione ed invitare Lia; infatti,
un giorno eravamo soli e tentai di baciarla dopo un lungo preludio verbale, ma
quando lo feci lei si ritrasse per pudore, così glielo chiesi senza ulteriori
perifrasi, ma lei si rifiutò intimidita.
C’erano altre motivazioni
che la rendevano timida e che trattenevano anche me dall’insistere: Lia era
figlia di amici di famiglia e questo presupponeva una procedura a passi
brevi, più che brevi, presupponeva
tacitamente che la nostra unione, la quale, tra l’altro, era appena
iniziata, si mantenesse pura,
illibata, per un periodo congruo, mai
meglio definito. Eppure i suoi genitori la avrebbero senza dubbio favorita,
anche i miei non avrebbero posto veti, ma io mi trovavo nella fase in cui non
mi interessava altro che sperimentare la sessualità.
Non volli insistere con
nessuna delle due, pur sapendo che se lo avessi fatto avrei ottenuto quello che
volevo, ma non amavo queste due ragazze e fare sesso con loro, per un motivo o
per l’altro, mi dava l’impressione di profanarle, di approfittare delle loro
persone, così rinunciai e trascorsi gli ultimi giorni, ossia i primi tre giorni
di luglio del 1968 a Benevento,
meditando in solitudine con le mie letture perché, come ho detto, i mie erano
già partiti per Scauri da circa una settimana.
Meditavo soprattutto sugli
effetti devastanti che aveva provocato alla mia personalità un episodio
accaduto durante la mia infanzia, che mi fece assumere la profonda convinzione
che le donne fossero esseri inferiori il cui unico scopo, su questo pianeta,
fosse solo quello di assicurare la continuità della Specie. Così giurai a me
stesso che con esse non avrei mai avuto rapporti di altro tipo se non quelli
inerenti ai piaceri della sessualità, sebbene allora non potevo ancora sapere
cosa significasse esattamente.
Avevo circa sei anni quando
si verificò quell’evento traumatico la cui protagonista fu una ragazzina della
mia stessa età con la quale cercai di fare amicizia e che riporto testualmente
da uno dei miei scritti:
“Durante una delle mie esplorazioni
cittadine subii la prima delusione amorosa inflittami da una ragazzina che mi
piaceva moltissimo con i suoi occhioni grandi ed i caratteri più creoli che
europei, e che avevo incontrato qualche volta alle lezioni di catechismo; mi piaceva tanto che un giorno decisi che le
avrei chiesto di diventare amici.
L’occasione si presentò passeggiando per il
Corso principale della città.
Improvvisamente la vidi
sopraggiungere tra la folla dalla direzione opposta alla mia e quando ci
incrociammo le chiesi se potevo conoscerla.
Per tutta risposta cominciò ad urlare in preda ad una vera e propria
crisi isterica; era la prima volta che mi capitava di vedere una cosa del
genere e sulle prime rimasi interdetto.
In ogni modo la manifestazione era davvero
forte, tanto che i passanti si voltavano preoccupati per osservare ed io mi
sentii profondamente offeso ed umiliato.
Dopo il primo attimo di smarrimento le lanciai
uno sguardo di disprezzo, poi senza dire una sola parola le voltai le spalle ed
andai via accompagnato da un forte senso di rabbia e di disgusto” .
Meditavo su questo episodio
perché in quel momento era importante per me scoprire come mai, adesso che ne
avrei avuto l’opportunità, avevo rinunciato ad attuare il proposito che mi
prefissi allora.
In quei tre ultimi giorni
antecedenti la partenza per Scauri risolsi l’arcano avventurandomi nei meandri
della mia psiche e probabilmente feci un altro passo in avanti nella mia
evoluzione perché mi resi conto che non mi era consentito di giocare con
l’altro sesso; mi resi conto che non avevo il diritto di considerare le donne
esseri inferiori solo per l’atteggiamento isterico di una ragazzina
probabilmente viziata o forse vittima delle proiezioni psicotiche ed aberranti
dei suoi genitori.
Come già mi era accaduto in
altre circostanze della mia esistenza e come mi sarebbe ancora accaduto in
futuro, l’acquisizione di una verità produsse nella mia mente la funzione di un
resettaggio: rimuovendo le scorie di una convinzione errata, mi sentivo più
leggero, più maturo, più sicuro di me stesso ed anche più libero; mi sembrava
che solo per questo avrei conseguito maggiore diritto ad essere accreditato
dalla comunità.
In quei giorni, mi fu molto
vicino mia zia Clive, la quale provava un particolare feeling nei mie riguardi,
anche perché le ricordavo il suo figlioletto morto per malattia nella sua prima
infanzia.
La zia, sapendomi solo ed
intuendo che mi trovavo in una particolare condizione psicologica, pensava che
stessi male e mi obbligava ad andare a
pranzo a casa sua per riempirmi di premure; comunque, così facendo, mi faceva
fare dei bruschi, quantunque non sgradevoli, ritorni alla realtà: mi
faceva ricordare che esistevo
distogliendomi dalla mia solitudine e dai pensieri; anche zio Enzo, suo marito,
il fratello maggiore di mio padre, si prodigava per non farmi sentire solo,
tuttavia restava più efficace la funzione materna di zia Clive.
Quello che provavo durante
questa discesa nella mia psiche è paragonabile, anche se molto in piccolo, ad
un altro momento simile che avevo già descritto in passato e che si riferiva ad
una visione stravolgente che avevo avuto più o meno nello stesso periodo in cui
fui maltrattato dalla ragazzina.
Così, testualmente, avevo
sintetizzato quell’esperienza in altri scritti:
“Di tanto in tanto preferivo restare
da solo ed andare ad esplorare la città oppure contemplare la natura così
ricca, in quel luogo ed in quel tempo.
Un giorno, era d’autunno, vissi
un’esperienza straordinaria che avrebbe indirizzato in modo specifico la mia
esistenza.
Le strade della campagna erano sommerse da
foglie di colore giallo ed arancione sulle quali mi sembrava di camminare come
su di un soffice tappeto. Vivevo una sensazione di totale ma edificante
solitudine; ricordo con grande vivacità lo scricchiolio delle foglie sulle
quali camminavo ed il cinguettio degli uccelli, numerosissimi, che faceva da
sfondo in un cielo luminoso e profondo.
Per un attimo mi sembrò che tutto quanto
stava intorno a me, solo per quel momento, esisteva in funzione di me; sentivo
la pace e ritenevo la forza del silenzio, quel silenzio arricchito solo dalla
benevole ed affascinante voce della natura.
Ero in qualche modo isolato da tutto ciò che
mi circondava; il tempo e lo spazio, insieme agli eventi che si susseguivano in
un eterno presente, mi sembrava di vederli scorrere come su di una pellicola da
un punto di osservazione determinato.
Mi sembrò di avere percepito improvvisamente
la coscienza del ruolo della mia
esistenza, fui permeato da un profondo senso di gioia e di beatitudine ed
avvertii inequivocabilmente l’essenza e la presenza di un “Regista”.
Mi sembrò che tutto mi dicesse di stare
tranquillo perché la mia vita era già programmata ed anche se avessi dovuto
affrontare grandi sofferenze, mi sarebbe stata concessa la forza per superarle.
Seppi che non sarei mai diventato ricco,
anche se non capivo ancora bene cosa significasse, ma che non avrei dovuto
sopportare situazioni di indigenza.
Conseguii la certezza che intorno ai
cinquant’anni la mia vita avrebbe subito una svolta in due sensi: negativo e
positivo, pensai per un attimo che a quell’età sarei dovuto morire, ma questo
pensiero si dissolse repentinamente.
Infine mi
sentii obbligato a scegliere l’indirizzo che dovevo dare alla mia esistenza:
sapevo al di la di ogni dubbio che la scelta che mi apprestavo a fare in quel momento avrebbe condizionato il mio
futuro verso il bene o verso il male e che questo dipendeva solo da me.
Non ero in grado di dare una spiegazione a
quello che mi stava accadendo, ma d’improvviso
percepii una maggiore consapevolezza.
Dopo questa esperienza, rimasi per tre giorni
come frastornato, in uno stato di quiescenza, ma gradualmente acquisivo anche
un più acuto senso di osservazione, di
attenta considerazione degli eventi della
vita e della psicologia dei miei
simili.
I mie
genitori erano preoccupati della mia condizione e mi chiedevano insistentemente
cosa mi fosse accaduto, così fui costretto a renderli partecipi.
Quando mi ripresi mi accorsi che quei tre
giorni erano equivalsi ad alcuni anni; quel periodo di quiescenza era stato
indispensabile per elaborare e
metabolizzare la visione.
Al mio “risveglio”
mi ritrovai con la consapevolezza di aver colto, tra l’altro, la relatività del
tempo e dello spazio nonché la loro
interconnessione assoluta, senza
evidentemente averne alcuna cognizione teorica.
Il tempo, infatti, per me aveva perso il suo
significato e lo spazio, che per un
verso si era ristretto fino all’inverosimile,
per un altro aveva perso i suoi confini.
Mi sentii
profondamente sconcertato perché
d’improvviso nella mia mente si erano disgregati alcuni degli archetipi
secondari dell’esistenza; eppure
contemporaneamente mi ero sentito abbandonato in un grande senso di serenità e
in un totale appagamento .
In quel breve lasso di tempo la mia vita si
era condensata, avevo abbandonato, senza la naturale gradualità, una fase
fondamentale della mia esistenza e mi apprestavo ad entrare in quella
successiva eliminando consapevolmente una grande quantità di passaggi
intermedi.
Alcuni aspetti che avevano caratterizzato la
mia vita fino ad allora, non catturavano più il mio interesse ed erano
sostituiti da altri che appartenevano ad una età superiore alla mia.
D’improvviso cambiò il mio rapporto con gli
amici; i giochi divennero più maturi,
più evoluti e fui colto da un preponderante interesse per la lettura, ma non
avendo ancora imparato, mi facevo leggere da chiunque, qualunque cosa” .
Note:
*Da internet: Howl:
l'Urlo
di Allen Ginsberg.
Una poesia che ebbe
la più grossa ripercussione ed influenza di qualsiasi altra nella letteratura e
cultura americana.
Considerato come uno
dei più autorevoli fondatori della Beat Generation, Ginsberg approfondì la sua
rivolta interiore in Howl, che insieme a Kaddish ha segnato una
svolta nella poesia contemporanea, è un viaggio nella profondità della mente
del poeta e nella visione dei sotterranei in cui vivono gli emarginati della
società. E' l'urlo del nuovo profeta americano che raccoglie e proietta nel
futuro la voce e i pensieri di coloro che hanno denunciato la caduta dell'uomo,
la perdita del contatto con Dio e con gli altri uomini e la chiusura in una
razionalità alienante e distruttiva.
Howl è fatto di versi
nuovi, il ritmo del respiro è preso come unità di pensiero ed espressione, la
cadenza è biblica, come per Whitman, le visioni
ricordano Blake, Rimbaud e i surrealisti.
Il poema è diviso in
tre parti:
Parte Prima, lamento
per l'Agnello d'America con esempi di notevoli giovani agnelli;
Parte Seconda,
descrizione del mostro della coscienza mentale che depreda l'Agnello;
Parte Terza
piramidale, con una risposta gradatamente più lunga alla base fissa.
I saw the best minds
of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked (Ho visto le
migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate isteriche
nude). Così comincia la prima e la più lunga parte della poesia che regge tutti
i versi successivi introdotti da who (= che), cioè che, come una
performance jazz in cui si ritorna
sempre sulla stessa nota, ma per poi prendere una strada improvvisata sempre
differente. Sono tutte frasi parallele e paratattiche che incalzano, come se
non volessero finire mai, per rappresentare l’insieme delle esperienze vissute.
Si comincia con
esprimere il desiderio di rievocare fatti passati e si procede con
l'allitterazione di minds, my e madness che mette in
stretta relazione le menti migliori con la pazzia che è vista come prevaricazione
totale dell'inconscio sulla coscienza, ma che è anche divenuta necessaria
per uscire dall'anonimato, dalla perdita di identità della società di massa.
Affamate nude isteriche, sintetizza invece le forme di questa pazzia, prodotta
dalla droga, dalla fame e dalla povertà.
Quindi si passa ad
esplorare gli ambienti suburbani delle grandi metropoli, New York, e i loro
personaggi più caratteristici per poi allargarsi fino a diventare viaggio in
luoghi lontani al di fuori della cultura americana.
Come in On the
Road, il viaggio coincide con l'ascesi, la conoscenza interiore, secondo le
norme del Buddismo Zen. La sessualità, sia
etero che omosessuale è presa come simbolo di una espressione fisica libera
riconquistata che si manifesta appunto nel rapporto-contatto umano. L'amore
quindi è quella umanità che deve essere opposta al freddo razionalismo e
materialismo del mondo moderno; Neal Cassady è il simbolo anche per Ginsberg,
come per Kerouac, del massimo della potenza sessuale e vitale.
La prima parte si
conclude con l'affermazione del potere salvifico della poesia e del poeta con
la loro forza propulsiva e attiva nella realtà.
Nella parte
successiva Moloch, dio del capitalismo, viene evocato ed esorcizzato mentre
nell'ultima si afferma la solidarietà tra gli uomini che precede la
santificazione dei Beats delle Note a Howl.
Howl fu sequestrato per
oscenità, ma alla fine grazie all'intervento di molti autorevoli letterati si
riuscì a far comprendere che l’uso di termini volgari non ha nulla a che vedere
con la pornografia. Howl è un'opera importante nella poesia americana, che trae
spirito e forma dalle Leaves of Grass di Walt Whitman, dagli scritti
religiosi ebraici [] E' rapsodica, altamente idealistica e ispirata nella
motivazione e nei propositi.
Come altri poeti
ispirati, Ginsberg lotta per includervi tutto della vita, soprattutto gli
elementi della sofferenza e dello sgomento dai quali si leva la voce del
desiderio.
Solo la mancata
comprensione di queste tormentate grida di protesta in favore di una
comprensione sessuale e spirituale può portarle a considerarle lascive.
Il poeta ci fornisce
i dettagli più dolorosi; ci porta a ratificare un'esperienza che è provocatoria
e in definitiva nobile, così scrisse Robert Duncan al giudice Horn quando si
trattò di emettere le sentenza e come lui fecero Kenneth Rexroth, Kenneth
Patchen e altri ancora. Horn espresse il proprio parere e il proprio consenso
dicendo (e diventando famoso): Non ritengo che Howl non abbia la minima
importanza sociale che lo riscatti.
La prima parte di
Howl presenta l'immagine di un mondo da incubo;
la seconda parte è
un atto di accusa nei confronti di quegli elementi della società che
distruggono le qualità migliori della natura umana.
La terza parte
presenta l'immagine di un individuo che è la tipica rappresentazione di ciò che
l'autore vede come una condizione generale.
Le Note a Howl
sembrano declamare che ogni cosa al mondo è sacra, compresa ogni singola parte
del corpo. Si conclude con una supplica per una vita sacra.
1) Marina militare americana di stanza a Bagnoli.
… Saverio è stupito,
sbalordito, sta ripercorrendo la sua storia: tutto ciò che ha letto in questo
capitolo è accaduto esattamente allo stesso modo anche a lui, sebbene i suoi
ricordi fossero più sbiaditi.
Lui stesso avrebbe
descritto così quegli eventi relegati ormai in angolo della sua memoria e che
questa lettura gli ha fatto riaffiorare con estrema lucidità.
Lisa è perplessa,
non le sembra possibile che non vi siano almeno piccole varianti. Ma per adesso
appare tutto identico.
La stanchezza è
svanita perché la curiosità di scoprire se anche il seguito combacia, se anche
nella storia di quest’altro Saverio c’è una Lisa, è troppo forte e i due
continuano la lettura.
Con estremo
interesse, misto ad una certa tensione aprono la prima pagina del secondo
capitolo e Lisa ha un sobbalzo quando scopre che inizia proprio col suo nome.
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